I salotti delle nobildonne veneziane del ‘700

Ott 10, 2016 | curiosità e tradizioni veneziane, donne, società, storia | 0 commenti

A Venezia molte nobildonne diedero vita nei loro palazzi ad importanti circoli letterari. Erano nobildonne dedite a coltivare la civiltà della conversazione, donne dallo spirito patriottico o cosmopolita, donne apprezzate per la loro bellezza, donne amate fino alla follia, donne diverse, ma nel contempo unite dal desiderio di uscire dagli schemi della società del loro tempo.

Pietro Longhi, Lezione di Geografica, Palazzo Querini Stampalia, Venezia

Pietro Longhi, Lezione di Geografica, Palazzo Querini Stampalia, Venezia

Il primo salotto che bisogna citare è quello di Giustina Renier Michiel (1755-1832), nipote del penultimo doge di Venezia Paolo Renier (che era il nonno da parte di padre) e dell’ultimo doge Ludovico Manin (che era lo zio da parte di madre). Il suo salotto letterario, si trovava nel Sestiere di San Marco, in corte Contarina, a San Moisè.

Caterina Piotti Pirola, Ritratto di Giustina Renier

Caterina Piotti Pirola, Ritratto di Giustina Renier

Giustina nacque a Palazzo Renier a San Stae il 15.10.1755 e venne tenuta a battesimo da un altro doge il terz’ultimo, Marco Foscarini.

Nel 1775 si sposa con il nobile veneziano Marcantonio Michiel, da cui ebbe tre figlie, Elena, Chiara e Cecilia e si trasferì a vivere a San Marco.

Giustina è una giovane donna seria e di spessore, infatti quando nel 1779 il nonno Paolo viene eletto Doge, lei è al suo fianco nelle manifestazioni ufficiali, come dama della Repubblica e nella posizione di dosetta partecipa periodicamente alle feste in Palazzo Ducale. Impara l’inglese per essere maggiormente libera nel suo ruolo di rappresentanza.

La Renier oltre ad essere apprezzata per la sua intelligenza, è famosa per l’amor patrio, due episodi la ricordano in questa sua veste di palladina anche dopo la morte della Repubblica, il primo è l’incontro nel 1806, con Napoleone, che arrivato a Venezia la vuole conoscere e andato nel suo salotto le chiese “In cosa siete famosa Signora?”. E lei rispose: “Nell’amicizia”. E lui chiese ancora che cosa avesse scritto, e lei rispose di aver tradotto alcune tragedie. Napoleone aggiunse “Racine, immagino” e lei gli rispose mandandolo su tutte le furie “Shakespare” e allora Napoleone sbattè la porta e se ne andò senza salutarla. Infatti lei fu la prima a tradurre in italiano alcune opere di Shakespeare. La Renier ebbe il vanto anche di difendere Venezia dagli stolti disprezzi del conte Chateaubriand, che definiva Venezia “una città contro natura”. E lei a questi insulti rispose: “Non è contro natura, è sopra la natura”.

Giustina è anche l’autrice di una bellissima monografia dal titolo “Origine delle feste veneziane”, opera che gli studiosi delle tradizioni usano come fonte di riferimento.

Muore a 77 anni e il suo corpo viene sepolto nel secondo cortile di San Michele, ove una lapide ancora la ricorda:

“Giustina Renier Michiel, cui l’animo buono e l’ingegno elevato fecero scrivere degnamente le patrizie feste, ornata di varia letteratura di arguta giovialità nel conversare amatissima dai suoi, nota agli stranieri”.

L’altro salotto è quello di Caterina Dolfin Tron (1736-1793). Caterina era moglie del procuratore Andrea Tron e anche lei accoglieva poeti e scrittori nel Sestiere di San Marco, a San Zulian. Il suo salotto divenne il centro di un mondo culturale e filosofico molto più elevato di molti dei salotti frivolamente letterari che nel XVIII secolo dominavano Venezia. Quando il Tron divenne Procuratore Caterina cominciò a ricevere anche nelle Procuratie stesse.

La parola “Riforme” era frequente nel salotto di Caterina, pertanto le riunioni venivano spesso interrotte per ordine degli inquisitori, ma grazie al marito il salotto veniva subito riaperto.

Il salotto di Caterina veniva frequentato da Gasparo Gozzi, Garlo Goldoni, che a lei dedico la commedia “La bella selvaggia”.

Caterina era membro dell’Arcadia letteraria ed era nota con il nome di Dorina Nonacrina.

Venne sepolta nella chiesa di San Marcuola.

Non si puo’ non parlare, inoltre, di Isabella Teotochi Albrizzi, questa nobildonna nata a Corfù nel 1760 amava dottoreggiare su tutto, parlava spedita più lingue, fu la regina dei salotti veneziani, la più corteggiata, la più adulata e per vivere indisturbata nel suo regno si narra che ricevesse pochissime signore.

Elisabeth Vigée-Le Brun, Ritratto di Isabella Teotochi Albrizzi

Elisabeth Vigée-Le Brun, Ritratto di Isabella Teotochi Albrizzi

Isabella a 15 anni sposa per volere dei suoi genitori Carlo Antonio Manin, sopracomito di galea e poi giudice della Quarantia (autore della “Storia civile e politica del commercio dei veneziani”, in 8 volumi). La giovane coppia nel 1778 approdò a Venezia e andarono ad abitare a San Benetto, dove risiedeva la famiglia del Manin, un luogo stretto e angusto per una donna come Isabella.

Arrivò il giorno in cui Francesco Soranzo diede a Manin in affitto a basso prezzo una delle sue case in calle delle Balote a San Marco, poco lontano da Rialto, qui finalmente potè aprire il suo salotto.

Questo salotto era un salotto cosmopolita frequentato da tutti gli intellettuali del tempo, Antonio Canova, Anton Maria Lamberti, Pietro Buratti, Giacomo Zulian, ambasciatore veneto a Roma, Franceschinis (che sarebbe diventato rettore dell’Università di Padova), Gradenigo, Pesaro, Ippolito Pindemonte, che fu anche suo amante, Domenique Vivant Denon, francese, suo amante per molti anni, nel 1790 mise piede Goethe, poi William Hamilton, di lei fu amante anche Ugo Foscolo. A lei si avvicinano anche Vincenzo Monti, Madame de Stael, George Byron, Walter Scott, l’autore di Ivanhoe, Cesarotti.

Nel 1795 ottenne il divorzio da Carlo Antonio Manin, e si sposò nel 1796 con Iseppo Albrizzi, il suo salotto si spostò nel Sestiere di San Polo, a Palazzo Albrizzi.

Isabella fu ammirata da molti uomini. Fu il Pindemonte che cambiò il nome alla diva, la Teotochi in realtà si chiamava Elisabetta, e lui la cominciò chiamare Isabella la saggia.

Il Foscolo la chiamava Celeste Temira, Temide, la dea della giustizia, a lei scrisse. “Il mio cuore sta con mia madre e con voi… Vorrei nutrire il mio cuore e il tuo ingegno con voi… e ti dirò che ti amo con tutta l’anima mia… il mio cuore è caldo ancora e batte; batte anzi troppo”.

Anche Vincenzo Monti arse per Isabella. Il Giordani la chiamava Epigrammatica

Mentre una salottiera più frivola per certi versi anche perversa fu Marina Querini Benzon (1757- 1839), “la biondina in gondoeta”. Lei era moglie del conte Pietro Giovanni Benzon e accoglieva i letterati nel suo Palazzo di San Benedetto sul Canal Grande. Il suo salotto era apprezzato da Lord Byron, Ippolito Pindemonte e molti altri. Anche Stendhal frequentò il suo salotto e lo definì, più apprezzabile dei salotti francesi. Si era sparsa la voce, però, che questo salotto dopo una certa ora avesse poco di letterario e che Marina avesse ereditato la febbre del piacere dalla sua parente Suor Ginevra Querini, monaca del Convento di Santa Caterina, a Venezia (ora Liceo Foscarini) che aveva dato scandalo per gli incontri amorosi con un Giustinan.

Pietro Longhi, Ritratto di Marina Querini Benzon

Pietro Longhi, Ritratto di Marina Querini Benzon

Lei era molto bella, occhi azzurri, incarnato bianco, capelli biondissimi e non a caso ispirò la canzone “La biondina in Gondoleta”, del poeta in vernacolo e suo ammiratore Antonio Lamberti, musicata successivamente dal bavarese Johann Simon Mayr.

Su di lei giravano voci orribili, si diceva che il figlio Vettore Benzon lo aveva avuto dal fratello Stefano. I servi di casa Benzon avevano visto per parecchie notti Stefano entrare nella camera della sorella e uscirne la mattina con la parrucca di traverso, era davvero singolare che Marina dormisse con il fratello invece che con suo marito.

Si diceva che Marina avesse avuto rapporti incestuosi anche con il figlio Vettore. La storia dell’incesto era stata messa in rima dal poeta satirico che Marina aveva anche accolto nel suo salotto, dal nome Pietro Buratti.

Quanti salotti, storie intriganti, incontri passionali si possono scoprire passeggiando per la città. Oggi era il turno di Giustina, domani di Caterina, dopodomani di Isabella, Marina e altre nobildonne, la cui intelligenza, rappresentatività, bellezza e in alcuni casi passionali baci hanno attratto e continuano ad attrarre a distanza di secoli.

Laura Bumbalova
BestVeniceGuides
petalidirose.altervista.org