I segni della memoria: la Shoah a Venezia

Gen 21, 2019 | arte, personaggi illustri, scultura, società, storia | 0 commenti

 

Oggigiorno la comunità ebraica italiana preferisce riferirsi alla tragedia occorsa durante i regimi nazifascisti e la Seconda Guerra Mondiale con il termine Shoah anziché Olocausto. Fu negli anni ’60 che “Olocausto” divenne il termine indicato per descrivere il genocidio degli ebrei, un termine derivato dal greco “holokauston”, traduzione della parola ebraica “olah” che significa “completamente sacrificato a Dio”. “Shoah” indica una “catastrofe” ed è dunque più appropriato. Nessun altare, nessun sacrificio ad un Dio.

In Italia le leggi razziali furono emulgate nel 1938, ma nel settembre del 1943 quando fu firmato l’armistizio da Pietro Badoglio, si crearono le condizioni per la deportazione degli ebrei italiani verso i campi di concentramento.

Circa 8.000 ebrei italiani furono uccisi e in alcune città la memoria di quanto accadde è tenuta viva dalla presenza di opere d’arte e memoriali, mentre in altre città si dibatte su come e dove ricordare. Se si discute dunque su come nominare quanto accaduto, si può immaginare la difficoltà che si incontra nell’individuare cosa possa evocare la tragedia.

Durante il mio tour della Venezia ebraica, questa è una parte importante dell’itinerario e a volte diventa difficile per me e i visitatori che accompagno concentrarsi su quanto accadde prima del 1938. Quasi che la Shoah diventi una chiave privilegiata per capire la storia ebraica a Venezia, una città dove nacque la parola “ghetto”. E così succede che si salti dalla storia recente al ‘300 o al ‘500, costantemente: una sfida assolutamente affascinante, che aiuta a capire le differenze e il filo comune tra storie diverse.

In Campo del Ghetto Novo e nel Campiello delle Scuole nel Ghetto Vecchio ritroviamo i monumenti a ricordo della Shoah. Nel campiello si legge un’iscrizione sul muro della sinagoga ponentina che menziona il numero delle vittime assassinate nei campi di concentramento: sei milioni in Europa, ottomila in Italia e duecento a Venezia. Ad esser precisi, il numero delle vittime a Venezia fu 246, ma immagino che sia preferito un numero tondo per comodità, anche se…

La Sinagoga Spagnola o Ponentina nel ghetto ebraico a Venezia e il memoriale della Shoah

La Sinagoga Spagnola o Ponentina nel ghetto ebraico a Venezia e il memoriale della Shoah

Quando entriamo in quello che fu l’insediamento ebraico più antico, il Campo del Ghetto Novo, ecco che la nostra attenzione è attratta da un alto muro in mattoni con del filo spinato che corre in cima. Sotto, si trovano i sette bassorilievi in bronzo di Arbit Blatas e due iscrizioni con le parole del Sindaco di Venezia e del Generale francese. A Venezia ci furono due retate: il 5 dicembre del 1943 e il 17 agosto del 1944.

Il muro del Campo Ghetto Novo, Venezia

Il muro del Campo Ghetto Novo, Venezia

Il filo spinato non fa quasi sicuramente parte dell’opera d’arte di Arbit Blatas. Piuttosto pare essere stato posto durante il periodo della deportazione, dopo il 1943. Sicuramente crea un effetto drammatico (e anche un po’ di confusione visto che il ghetto veneziano non fu ideato per essere un campo di concentramento).

Arbit Blatas era nato in Lituania, la Gerusalemme del Nord, un paese che perse oltre 100.000 ebrei. Il progetto a cui Blatas lavorò negli anni ’70 portò a un primo esito nel ghetto veneziano, inaugurato il 25 aprile, anniversario della Liberazione, nel 1980. I suoi disegni apparvero nel 1978 quando uscì lo sceneggiato televisivo “Olocausto” con una giovanissima Meryl Streep. Quei disegni ispirarono quattro memoriali pubblici, ognuno di questi composti da sette bassorilievi di grande impatto emotivo, noti come “Il Monumento dell’Olocausto”, permanentemente esposti in quattro paesi: Italia, Francia, gli Stati Uniti e Lituania.

Arbit Blatas, Il Monumento dell’Olocausto, 1979, Venezia, dettaglio di uno dei bassorilievi

Arbit Blatas, Il Monumento dell’Olocausto, 1979, Venezia, dettaglio di uno dei bassorilievi

Nel 1989 Arbit Blatas donò un altro memoriale a Venezia, “L’ultimo Treno”, incastonato sul muro della casa di riposo della comunità ebraica costruita nel 1890. Di nuovo in bronzo e con una tecnica di lavorazione del metallo come se fosse legno, Blatas lasciò che i volti e i dettagli della scena rimanessero solo abbozzati. Delle grandi assi lignee sono disposte orizzontalmente sul retro, dietro un’inferriata, e ricordano un treno merci, quello stesso treno che portò alla morte gli ebrei veneziani. Uno a uno, incisi nel legno, si ritrovano i nomi e i cognomi e l’età di ciascuna vittima. Blatas ci costringe a spostarci dal concetto generale della Shoah alla singola persona che ne fu vittima. E penso che sia molto significativo che quei nomi siano incisi nel legno, materiale che, diversamente dal bronzo, è perituro quasi a riflettere la fragilità della memoria.

Arbit Blatas, L’ultimo Treno, 1989, Venezia, dettaglio

Arbit Blatas, L’ultimo Treno, 1989, Venezia, dettaglio

Blatas morì nel 1999. Nel 1995 un altro progetto internazionale ebbe inizio a Colonia, le “pietre di inciampo” di Gunther Demnig. Queste “pietre” in ottone ricordano le vittime della Shoah (non soltanto gli ebrei) e si trovano in tutta Europa. Al momento ce ne sono almeno 65,000. L’idea dell’artista è di porre una formella quadrata in ottone di 10cm di lato sulla strada, presso la porta di una casa o dell’ospedale dove qualcuno fu arrestato per poi essere deportato e assassinato. Nel 2018, alcune pietre d’inciampo sono state poste fuori dell’università di Padova e Venezia a ricordare gli studenti e professori ebrei a cui fu vietato studiare o insegnare a conseguenza delle leggi razziali. Sulla pietra d’inciampo si legge il nome della vittima, la data di nascita, il giorno della deportazione e, se nota, la data di morte. Quando si tratta di un cospicuo numero di persone, la pietra d’inciampo ricorda il numero delle vittime e la data di deportazione.

La pietra d’inciampo posta all’interno dell’ospedale civile Santi Giovanni e Paolo a Venezia a ricordo dei 15 pazienti arrestati mentre erano in ospedale per essere deportati

La pietra d’inciampo posta all’interno dell’ospedale civile Santi Giovanni e Paolo a Venezia a ricordo dei 15 pazienti arrestati mentre erano in ospedale per essere deportati

Il verbo “inciampare” (in tedesco “stolpern”) indica dunque un rischio di caduta, un arresto, ma non è possibile inciampare su queste mattonelle visto che giacciono allo stesso livello della strada. Però, i nostri occhi “inciampiano” su di un ostacolo visivo. Specialmente i giovani che ho accompagnato in questi anni si commuovono e subito fotografano le pietre d’inciampo. In una casa, all’ospedale, in una scuola dove le vittime vivevano, lavoravano o studiavano e si sentivano sicuri, qualcosa è arrivato che ha interrotto la loro vita normale.

La pietra d’inciampo per Olga Blumenthal, professoressa all’Università di Ca’ Foscari a Venezia

La pietra d’inciampo per Olga Blumenthal, professoressa all’Università di Ca’ Foscari a Venezia

Demnig viene a Venezia ogni anno a porre le sue pietre d’inciampo. Durante la cerimonia, qualcuno ricorda un episodio e racconta quanto accaduto. Un momento di narrazione che però non si interrompe anche quando la pietra d’inciampo è lasciata lì, apparentemente silente.

Si può seguire il progetto delle pietre d’inciampo a Venezia nella banca dati online dell’IVESER, costantemente aggiornata. Si può vedere dunque dove sono: un messaggio straordinario perché ci porta fuori dal ghetto, costringendoci a muoverci per tutta la città. Si ricorderà la Shoah non solo nel ghetto, dunque. Allo stesso tempo, il progetto delle pietre d’inciampo racconta della persona, una vittima che era un cittadino o una cittadina di Venezia, il cui nome è stato portato via e non deve essere dimenticato.

Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo (Primo Levi)

Luisella Romeo
BestVeniceGuides
www.seevenice.it

Translations: enEnglish deDeutsch