La Serenissima e il vicino oriente

Ago 19, 2019 | architettura, arte, storia | 0 commenti

 

 

Le relazioni della Serenissima con il vicino oriente furono sempre intense e fertili.
Quelle regioni, che noi oggi chiamiamo medio-oriente, appartenevano da prima all’impero bizantino e poi man mano all’impero ottomano, ma ciò non impedì che sempre restassero al centro degli interessi commerciali dei mercanti veneziani.

Venezia, altorilievo sulla facciata di Palazzo Mastelli

Tutti sanno che i veneziani importavano dall’oriente – vicino o lontano – spezie, sete, ori, incensi, profumi, insomma oggetti di lusso, ma cosa esportavano in quei paesi? Certo i preziosi manufatti che la Serenissima produceva grazie ai suoi abili artigiani: vetri di Murano, tessuti, opere a stampa, ecc., ma sopratutto armi e schiavi.

In Europa a partire circa dall’anno 1000 era vietato ridurre in schiavitù i cristiani, ma questo non impediva di schiavizzare esseri umani di altra religione e soprattutto donne. Tartare e circasse furono molto richieste in Italia fino al XIV sec. . Inoltre presso i mussulmani la schiavitù non era proibita e i mercanti veneziani trafficavano ampiamente la “merce umana” verso quei paesi.

Venezia, Particolare di “Il miracolo della Croce a Rialto” di Vittore Carpaccio, Gallerie dell’Accademia, Venezia

Nel vicino oriente Venezia era tanto nota, reputata, temuta che, a differenza di tutte le altre città europee, si utilizzava un vocabolo arabo per indicarla. Il termine in uso è ancora oggi Al- bunduqyya che significa il fucile. Fin dal XIV sec nei paesi d’oriente tali armi furono importate da Venezia e perciò il nuovo strumento tecnologico prese il nome dell’esportatore.

Il significato di Al bunduqyya originariamente era pallina, nocciolo che, secondo Maria Pia Pedani docente a Ca’ Foscari di Storia dei paesi islamici, avrebbe indicato l’antico nucleo di Venezia che veniva denominato per la sua forma appunto Olivolo.

pianta ottomana di Venezia, XVI sec.

Questa fitta rete di scambi ha lasciato molte tracce. Vediamone alcune.

Nei mosaici di San Marco possiamo leggere la parola araba a caratteri latini kanzir, maiale, scritta a fianco dei nomi di Bono e Rustico; i due veneziani, come narra la leggenda, trafugarono il corpo del santo patrono da Alessandria d’Egitto a Venezia, e vi riuscirono nascondendo la reliquia nella carne di maiale per evitare l’ispezione dei mussulmani.

A Venezia dunque si conosceva questa parola araba.

Venezia, particolare dei mosaici della Basilica di San Marco

Nei mosaici della basilica così come nei capitelli di Palazzo Ducale troviamo effigiati molti popoli d’oriente descritti accuratamente negli abiti e nelle fogge loro. Tali immagini ci restituiscono la dimensione cosmopolita della città di Venezia.

Altro vocabolo in uso a Venezia è la parola fondaco che deriva dal temine arabo fonduq – albergo, magazzino, deposito. In Canal grande si erige ancora il Fondaco dei Turchi, edificio in cui i mercanti ottomani dovevano risiedere quando sbarcavano nella Serenissima. Al suo interno pare fosse in funzione una moschea. La sera il Fondaco dei Turchi veniva chiuso per garantire la sicurezza dei mercanti mal visti in città specie durante le frequenti guerre con il sultano.

Non è rimasto nulla invece del Fondaco dei Persiani, anche questo si affacciava in Canal Grande, poco distante dal Fondaco dei Tedeschi.

I persiani, contrariamente agli ottomani, erano grandi alleati dei Veneziani proprio in funzione anti-turca. In Palazzo Ducale troviamo un vasto dipinto che celebra il ricevimento degli ambasciatori persiani a Venezia nell’anno 1603. Nel quadro osserviamo uno splendido tappeto offerto in dono al doge dagli ambasciatori: esattamente quel tappeto lo si può ammirare esposto nel tesoro della basilica di San Marco, presso il museo.

Venezia, Palazzo Ducale, Ambasciatori persiani a Venezia, bottega del Veronese

Anche la parola arsenale proviene dall’arabo – Dār al-ṣināʿa – casa del lavoro. Grazie all’antico e potente Arsenale di Venezia il termine si è diffuso in tutto il mondo. Tantissimi d’altronde sono i calchi in italiano o dialetti di parole arabe (cifra, bizzeffe, Zecca, meschino, ecc.).

Un’elegante inscrizione araba con versetti del corano, scolpiti su pietra, la possiamo scovare nella chiesa San Pietro di Castello. Si tratta di una stele in stile cufico reimpiegata nel XIII sec. per costruire un trono, la cattedra, dove si sarebbe seduto San Pietro.
E molto ancora….

Maria Grazia Gagliardi
BestVeniceGuides
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