“Pianississimo” e “Sospiroso come il Ponte dei Sospiri”: Il museo degli strumenti musicali del Conservatorio di Musica Benedetto Marcello a Venezia in Palazzo Pisani

Apr 13, 2020arte, musica0 commenti

“Pianississimo” e “Sospiroso come il Ponte dei Sospiri”.

Mi piace iniziare il racconto del piccolo interessante Museo degli Strumenti Musicali del Conservatorio Veneziano, che in una sua sala rende omaggio a Wagner, con le due espressioni coniate e usate dal grande Maestro mentre dirigeva l’orchestra veneziana in preparazione all’esecuzione della sua Sinfonia in DO maggiore, per festeggiare il compleanno della moglie Cosima Liszt alla vigilia di Natale 1882.

La rievocazione di questo famoso concerto si è tenuta al Teatro La Fenice il 28 novembre 2019 con grande successo tra gli invitati.

Il Museo, in un angolo quasi sconosciuto a Venezia del ben noto Palazzo Pisani, inizia infatti nell’ultimo decennio “pianississimo”, in sordina, e in modo abbastanza “sospiroso” tra nuove collocazioni e aperture straordinarie e saltuarie. Il Museo, istituito intorno al 2000 a cura del Maestro Verardo, fu nuovamente allestito nel 2016 con l’attuale disposizione delle teche e degli strumenti.

Il Conservatorio di Venezia

Il Conservatorio, istituito privatamente nel 1876 come Liceo-Società Musicale (a dieci anni dall’Unione di Venezia all’Italia), trovò sistemazione dal 1877 a Palazzo Da Ponte e successivamente dal 1880 alle Sale Apollinee della Fenice in cui rimase fino al 1899 (luogo in cui Wagner diresse il suo famoso ultimo concerto nel 1882).

Il Conservatorio fu poi ulteriormente e definitivamente spostato a Palazzo Pisani, acquistato dal Comune nel 1897 sia pur solo parzialmente. L’acquisto, riguardante la parte cronologicamente più recente dell’edificio prospiciente il secondo cortile, venne completato successivamente, nel 1921.

La relazione tra Wagner e il Conservatorio veneziano

Dopo aver preso in considerazione altri luoghi possibili per festeggiare la moglie Cosima, Wagner scelse Venezia, grazie anche alle sue relazioni personali con il pianista Bassani impegnato attivamente nel Conservatorio e molto amico di Liszt, famoso collega nonché suocero del grande Maestro tedesco; Liszt fu dunque in questo caso mediatore tra I due.

Wagner sarà talmente contento dell’orchestra del Liceo-Società Musicale (che nacque come istituzione privata,divenne dal 1895 comunale e dal 1940 nazionale) che per ringraziarlo gli regalerà il suo leggio e la sua bacchetta, oggetti oggi visibili nella sala a lui dedicata, la terza del Museo

Oltre al leggio e al basco, al centro della parete laterale della teca, posta orizzontalmente, la bacchetta con cui Richard Wagner ha diretto il suo ultimo concerto. Il berretto tedesco di Wagner, tipico basco tradizionale dell’uniforme nazionale tedesca raccomandato dopo la guerra di liberazione dal dominio napoleonico, fu donato da Luisa Baccara con lettera accompagnatoria. Museo del Conservatorio musicale di Venezia.

Luisa Baccara donerà negli anni Cinquanta il basco di Wagner ben visibile nella foto, ed il nipote di Wagner donerà la maschera mortuaria, realizzata dallo scultore Augusto Benvenuti.

La lettera nella teca è la minuta delle condoglianze inviate dal Presidente del Consiglio di Amministrazione – Giuseppe Contin di Castelseprio – a Cosima. Alle pareti della saletta sono alcune foto di insegnanti e membri dei vari organi amministrativi dell’allora Liceo Musicale (tra questi il primo presidente Giuseppe Contin di Castelseprio); alcuni di essi suonarono con i loro allievi migliori al concerto del 24 dicembre diretti da Wagner:

Alcuni insegnanti e amministratori del Conservatorio B. Marcello di Venezia

Il piccolo Museo del grande Conservatorio di Venezia

Ma tutto il piccolo Museo è un gioiello, finora non facilmente visitabile e quindi sconosciuto ai più; è esemplare, per la bellezza degli strumenti esposti e per l’importanza degli stessi dal punto di vista didattico. Si tratta di poche salette, ambientate in un bellissimo mezzanino, decorato con stucchi leggeri ancora leggibili.

Si vedano per es. le quattro stagioni

Nella fascia alta si vedono bene i segni zodiacali dell’autunno (bilancia scorpione e sagittario) rappresentato dall’abbondanza con la bella cornucopia ricca di frutta. Conservatorio di Venezia

o i quattro elementi

Uno dei quattro elementi, l’acqua, rappresentata da Nettuno, dio del mare che la versa da un vaso, e dal suo inseparabile compagno il delfino, qui con la coda a tridente. Museo del Conservatorio di Venezia

o altri dettagli del soffitto e della parete.

Dettagli in stucco bianco. Museo del Conservatorio di Venezia

Bella alzata in stucco con frutta. Museo del Conservatorio di Venezia

Sala degli strumenti cordofoni

All’entrata della prima sala, veramente spettacolare e dedicata agli strumenti cordofoni, si vede una spinetta poligonale del 1563, dalla collezione Levi

Spinetta: così chiamata dal veneziano Spinetti vissuto nel XIII sec., uno dei primi costruttori di questo strumento. Museo di strumenti musicali del Conservatorio di Venezia

La spinetta era lo strumento che le ragazze sia di famiglia benestante che degli “ospedali-conservatori” veneziani imparavano a suonare prima di tutto.

Sempre vicino all’entrata del mezzanino si può ammirare l’infilata di arpe, dalla prima ancora senza pedali alle successive con pedali. Le arpe, tutte ottocentesche, hanno alcune decorazioni in  gesso lavorato a stampo:

Le arpe viste a partire da quella cromatica a corde incrociate, la più recente in sala, inventata da Lyon direttore della Casa Pleyel nel 1897, a quella senza pedali. L’arpa, strumento poetico dal suono carezzevole, è raffigurata dal terzo millennio a.C. Museo del Conservatorio di Venezia

La tavola armonica dell’arpa è in abete. L’abete rosso “di risonanza”, così chiamato per le sue caratteristiche acustiche ottimali per detti strumenti, è un particolare tipo di abete rosso con pochissimi nodi, detto anche peccio. Spesso designato, commercialmente e in liuteria, in modo improprio col termine di “abete maschio” per il suono profondo, nonostante non sia femmina o maschio, ma le pigne sia femminili che maschili si trovino sullo stessa pianta. Da secoli è ricercato da liutai e costruttori di strumenti musicali a corda per realizzarne la tavola armonica. La distribuzione di questo “albero che canta” è limitata a poche zone europee con climi freddi: in particolare si trova in Italia, in Trentino.

Alcune delle arpe sono “Érard”

Dettaglio di arpa Érard con il bell’angelo della decorazione e la targa del costruttore. Museo del Conservatorio di Venezia

chiamate così dal nome del costruttore che ha sviluppato e perfezionato il meccanismo dei sette pedali riuscendo ad alzare le note di due semitoni, uno per ogni azione-posizione del pedale. Ogni corda è collegata a due dischetti: premendo il pedale si aziona il primo dischetto che girando tende la corda e alza la nota di un semitono (prima posizione del pedale); nella seconda posizione del pedale si fa girare il secondo dischetto, che alza la nota di un altro semitono.

C’è inoltre un’arpa a corde incrociate (Pleyel) che ottenne però scarso successo per la difficoltà tecnica che lo strumento richiede e per non avere un suono soddisfacente:

Dettaglio di arpa Pleyel. Museo del Conservatorio di Venezia

La prima saletta ha inoltre una concentrazione di ben cinque contrabbassi, tra i quali il raro Gofriller (seicentesco) chiamato così dal nome del liutaio  di origine “tedesca”  -come si diceva allora-  cioè altoatesina, che aveva bottega a Venezia, ai Santi Apostoli:

Gofriller (o Goffriller) fu attivo a Venezia dal 1685 al 1710; è celebre anche per i suoi violoncelli di cui ne abbiamo uno che fu suonato dalle famose putte della Pietà al Museo Vivaldi-Venezia (ViVe)

Anche quello di Carlo Giuseppe Testore (o Testori) è di fine Seicento mentre tra i successivi, due sono settecenteschi e uno ottocentesco:

I due contrabbassi settecenteschi. Museo di strumenti musicali del Conservatorio di musica B. Marcello di Venezia

Al centro della sala la grande teca donata dalla Fondazione Querini Stampalia contiene le viole e due violini, uno da adulto e uno piccolo da bambino, un tre quarti:

Riconoscibili nella teca: a sinistra la viola d’amore con i 7+7 piroli o chiavi che attraverso la rotazione variano la tensione delle corde accordandole; in alto le due viole e sotto i due violini; sulla base della teca una viella. Museo di strumenti musicali del Conservatorio di musica B. Marcello di Venezia

I bambini utilizzano  -oggi come allora-  strumenti di dimensioni ridotte che, pur avendo le varie parti proporzionalmente più piccole, sono funzionalmente identici ai violini di dimensioni normali e sono realizzati nei tagli di tre quarti, mezzo e così via fino al trentaduesimo.

Questi strumenti hanno raggiunto nel corso del tempo la loro forma ottimale con le due C laterali opposte per permettere all’arco di muoversi senza sbattere sulla cassa.

Nella teca non manca la viola d’amore che abitualmente ha, oltre alle sette corde suonate dall’archetto, sette corde vibranti per simpatia, in cui cioè la frequenza vibrante delle corde principali muove le secondarie. La nostra, settecentesca, non ha il riccio con amorino, da cui probabilmente questo tipo di viola deriverebbe il nome.

Tutti gli strumenti ad arco hanno un ponticello molto ricurvo ed alto per permettere al musicista di suonare le singole corde, diversamente dal liuto il cui ponticello è meno arcuato perché non ha bisogno dell’archetto, ma della mano destra del suonatore e le dita vanno meglio se le corde sono allineate.

L’altra piattaforma fuori teca ha la collezione dei violoncelli e un’unica viola da gamba con corde di budello, novecentesca ma preziosa, perché non sono molte quelle esposte a Venezia:

La nostra viola da gamba dalla bella vernice chiara e luminosa, ha i fori della cassa armonica diversi da quelli del resto della famiglia, violoncelli compresi, e la sua forma è più piriforme. Inutile aggiungere che poggia su una base e viene suonata tra le gambe e non al braccio. Museo di strumenti musicali del Conservatorio di musica B. Marcello di Venezia

La viola da gamba è uno strumento cordofono dotato di norma di sette (viola francese) o sei corde (viola inglese). Si sviluppò tra la metà e la fine del secolo XV e venne usata per lo più nel rinascimento e nel periodo barocco.

Sebbene il nome richiami quello dei violini, svariate sono le differenze che separano la famiglia della viola da gamba da quella dei violini. La viola da gamba ha indicate sulla tastiera le distanze degli intervalli di semitono attraverso la “tastatura” (corde di budello animale posizionate trasversalmente). Nonostante sia “tastata” come il liuto, diversamente dal liuto non viene pizzicata dalle mani, ma suonata dall’arco.

La viola da gamba designa anche una famiglia di strumenti: dalla viola soprano (la più piccola) al contrabbasso di viola (o violone), passando per la viola contralto, la tenore e la bassa. La viola da gamba più usata come strumento solistico è quella bassa, ed è quella esposta nel nostro Museo.

Fuori teca su altra piattaforma due chitarroni ben decorati:

Sulla parte sinistra del chitarrone, visto frontalmente, le corde laterali di accompagnamento, dette di bordone. Museo di strumenti musicali del Conservatorio di musica B. Marcello di Venezia

Il chitarrone è una varietà seicentesca di liuto, come lo è la tiorba, di cui il chitarrone è un’ulteriore modificazione; per questo, nonostante il suo manico sia ancora più esteso rispetto a quello della tiorba che a sua volta è più esteso rispetto a quello del liuto, viene anche chiamato tiorba romana. È lo strumento più grande e più grave della famiglia dei liuti. Lo strumento è dotato anche di corde gravi da toccarsi unicamente con la mano destra. Era utilizzato soprattutto per realizzare il basso continuo nelle musiche a due o tre voci, per accompagnare il canto o nelle orchestre.

Un’eccezione tra gli strumenti cordofoni della sala, ma ad essi collegata è una celesta anonima di fine XIX inizio XX sec.:

Ben visibili in questo esemplare i tasti, i martelletti e i campanelli. Museo di strumenti musicali del Conservatorio di musica B. Marcello di Venezia

Oggi è chiamata celesta. Lo strumento nasce dalla ricerca di nuove sonorità, diverse da quelle delicate del clavicembalo le cui corde venivano pizzicate e diverse da quelle del fortepiano e del pianoforte.

In questi ultimi infatti il suono è prodotto da corde, sia pur percosse da martelletti azionati dalla tastiera, mentre nel caso della celesta il suono è sì a percussione, ma dato da lamine metalliche.

Nella nostra celesta al posto delle lamine abbiamo dei campanelli. La celesta a campanelli è più conosciuta come Glockenspiel.

La celesta appare per la prima volta nella bella suite della Fata Confetto nello “Schiaccianoci” di Čaikowskij. Tra i pezzi celebri della celesta lo splendido finale della Sinfonia n.13 “Babi Yar” di Shostakovich.

Affiancato alla celesta c’è un fortepiano ottocentesco veneziano, fatto a San Lio:

Il fortepiano veneziano esposto è “a tavolo” e ha i martelletti foderati in pelle; è stato costruito a Venezia, San Lio, da Giorgio Hoffer all’inizio del XIX secolo e proviene dalla Raccolta Ravà. In Conservatorio c’è anche un fortepiano a coda (Seuffert & Seidler, Wien) raramente prodotto in passato che viene utilizzato dai fortunati studenti della classe di clavicembalo. Museo di strumenti musicali del Conservatorio di musica B. Marcello di Venezia

Il fortepiano si chiamava originariamente gravicembalo con il piano ed il forte, perché non era più col sistema a corde pizzicate come il clavicembalo, ma le sue sonorità erano date dalla percussione delle corde ad opera di martelletti.

Questi, foderati con pelle, provocavano un suono più dolce e morbido rispetto a quello del più tardo pianoforte i cui martelletti saranno invece foderati di feltro.

Il fortepiano esposto in Museo fu adoperato fino ad anni recenti dagli studenti di scuola media e aveva in origine uno specchio fatto a stagno che è andato rotto. Il fortepiano era fondamentalmente di uso cameristico diversamente dal pianoforte. Nel fortepiano (come anche nel pianoforte) il numero delle corde per ogni tasto varia da una a tre a seconda – tra altri fattori – delle dimensioni dello strumento.

Il fortepiano perderà la sua identità verso la metà dell’Ottocento  – quando il volume sonoro dovrà essere aumentato –  per il diffondersi dei concerti pubblici con numerosa partecipazione di persone. Oggi comunque c’è un’ampia rivalutazione dello strumento legato ad interpretazioni filologiche.

Alle pareti della stessa sala sono appese due tele di Milesi, una dedicata a Barbara Marchisio, contralto dalla voce molto estesa:

Alessandro Milesi, Ritratto di Barbara Marchisio, che cantò nella serata inaugurale del Liceo-Società Musicale nel 1877, aveva con la sorella Carlotta, soprano -con cui formava un duo inseparabile- un ricco repertorio rossiniano e nel dipinto tiene in mano non a caso la copertina dello spartito della Cenerentola di Rossini; Barbara aveva una tale estensione vocale che, in occasione di un’indisposizione della sorella, la sostituì senza che nessuno se ne accorgesse. Conservatorio di Venezia.

A lei e alla sorella Carlotta Marchisio, Rossini ha dedicato per riconoscenza la Petite Messe Solennelle con musica pensata per le loro voci particolari. Loro furono le interpreti della prima esecuzione eseguita il 14 marzo 1864 in casa del conte Alexis e della contessa Louise Pillet-Will, banchieri di Rossini e suoi amici intimi, alla presenza dell’élite aristocratica e intellettuale parigina.

L’altra tela di Milesi, del 1914, è un ritratto del Maestro Bossi:

Alessandro Milesi, Ritratto del Maestro Bossi. Conservatorio di Venezia.

Bossi fu compositore ed organista tra i primi a dirigere il Conservatorio (1895-1902). Il Maestro ha il merito di aver proposto la musica strumentale in un periodo in cui dominava il melodramma.

Milesi, dopo un inizio come pittore di genere dal gusto aneddotico, in cui rappresentava la vita veneziana di gondolieri barcaioli venditori ecc., diventò uno dei più affermati ritrattisti veneziani dei primi decenni del Novecento, come dimostrano anche questi dipinti. A lui si rivolsero per i loro ritratti musicisti attori e la buona borghesia dell’epoca.

Sala degli strumenti aerofoni

La seconda saletta del Museo è dedicata agli strumenti a fiato, i cosiddetti aerofoni.

Alle pareti vengono presentate alcune personalità del Conservatorio: tra le tele di autore ignoto quella di Fortunato Magi, primo direttore del Conservatorio

Anonimo, Ritratto del Maestro Magi, dallo sguardo fiero ed orgoglioso, nella bella cornice intagliata con i nomi di celebri musicisti incisi agli angoli; il Maestro era lo zio di Giacomo Puccini a cui fece da tutore e da primo insegnante di musica dopo la morte prematura del padre. Conservatorio di musica di Venezia

e quella di Ermanno Wolf Ferrari, altro direttore che fu tra l’altro anche autore di deliziose opere musicali quale “I quattro rusteghi”:

Ermanno Wolf Ferrari, amato a Venezia per la sua musica composta ed elegante

A Malipiero invece, direttore che per anni ha lavorato alla scoperta della musica antica rilanciando anche Vivaldi e grazie ai suoi addentellati romani ha restaurato il palazzo e l’ha parzialmente restituito al suo antico splendore, è dedicata una bella testa bronzea:

G.F. Malipiero: fu per circa 20 anni attivo nel Liceo Musicale-Conservatorio, dapprima come insegnante, successivamente e per molti anni come direttore. Ma fu anche compositore prolifico. La bella testa bronzea ce lo mostra concentrato, con la fronte aggrottata. A lui si deve la Convenzione del 1940 tra il Comune e lo Stato grazie alla quale il Liceo fu trasformato in Conservatorio e ancora a lui che tutti gli spazi di Palazzo Pisani (e non solo una parte dell’enorme edificio) fossero istituzionalmente fruibili per la musica. Venezia

Nel restauro furono riaperte le logge tra i due cortili e alcune finestre sulla corte interna, eliminate le divisioni create nell’Ottocento per gli appartamenti, riportati a vista gli antichi soffitti rimasti in loco ecc.

Né può mancare tra i ritratti, sia pur in copia, il nostro Benedetto Marcello a cui il Conservatorio è dedicato:

Ritratto di Benedetto Marcello. Senza nulla togliere all’importanza del nostro B. Marcello, qui rappresentato, è bene non dimenticare che quando è stato scelto il suo nome per il Conservatorio, Vivaldi era ancora quasi completamente dimenticato!

Focalizzando l’attenzione sugli strumenti, tra quelli curiosi per i non addetti ai lavori, un cimbasso e una buccina seicentesca:

Il cimbasso esposto è stato costruito a Milano 1906-20 da Cazzani & C.; a sinistra bel profilo di Strawinskij. Museo del Conservatorio di Venezia

La buccina veniva messa a tracolla e si appoggiava alla spalla del suonatore; la nostra è stata catalogata da Renato Meucci (docente di organologia all’Università di Milano) come corno da postiglione o demiluna. Museo di strumenti musicali del Conservatorio di Venezia

Il cimbasso è un ottone della famiglia dei tromboni in grado di produrre un suono grave. Creato nel XIX secolo è ancora usato nell’orchestra verdiana; si veda quello dell’ultima Aida rappresentata alla Fenice nel 2019:

Cimbasso fotografato nell’intervallo dell’Aida, quindi a riposo

La buccina, specie di tromba curva, era usata in epoca romana per scopi militari, a seconda del segnale sonoro emesso indicava ai soldati di prepararsi alle armi o come organizzarsi in diverse formazioni negli schieramenti; è anche rappresentata in un affresco nella Sala dei concerti del Conservatorio. Nel Medioevo la sua forma venne semplificata e, trasformandosi progressivamente grazie anche a leghe metalliche più leggere, assunse una vera funzione musicale.

Tra gli strumenti a fiato un fagotto, strumento dal registro grave, valorizzato e migliorato soprattutto nell’Ottocento, quando il romanticismo imiterà anche nei suoni i colori intensi della natura e un controfagotto:

Controfagotto viennese a sinistra e fagotto milanese a destra. Museo del Conservatorio di musica di Venezia

Quest’ultimo, il più grosso strumento della famiglia dei legni, ha il tubo molto lungo e ripiegato su se stesso e produce suoni molto gravi, ancora più gravi del fagotto, tra i più bassi dell’orchestra.

Altra teca è completamente dedicata agli ottavini e ai flauti. L’ottavino è la taglia più piccola del flauto traverso come si può ben vedere dalla foto che mostra due ottavini e quattro flauti:

L’ottavino, chiamato anche flauto piccolo, è il più acuto tra gli strumenti dell’orchestra in cui fu introdotto all’epoca di Beethoven; ha una misura dimezzata rispetto ad un flauto traverso ed è della famiglia dei legni, anche se oggi si produce anche in metallo. Il flauto secondo la Bibbia (Genesi) fu inventato da un discendente di Caino, quindi è tra gli strumenti molto antichi; gli Spartani per es., lo usavano per mantenere la concentrazione dei soldati durante il combattimento. Museo del Conservatorio di Venezia

Altra teca ancora contiene le trombe

La tromba è un labiofono, cioè il suono viene prodotto dalle labbra e non dalle vibrazioni di una canna detta ancia. I pistoni, come in quella in ottone lucido della vetrina, sono stati introdotti a partire dall’Ottocento, per arricchirne la scala, con la deviazione dell’aria. L’ottone è una lega di rame e zinco la cui proporzione può variare dando origine a strumenti più o meno pesanti; quelli attuali sono comunque più leggeri. Museo del Conservatorio di Venezia

e c’è pure un bel corno francese del XX sec.:

Il corno d’ottone, detto anche corno francese, per distinguerlo da quello inglese che appartiene invece alla famiglia dei legni come si vede nella foto degli strumenti ad ancia qui successiva. In origine era ricavato da zanne o corna di animali. Museo del Conservatorio di musica di Venezia

La tromba è tra gli strumenti più antichi del mondo; nella Bibbia per es. oltre a quelle in metallo è citata più volte anche quella realizzata con le corna dell’ariete.

Né mancano gli oboi di cui due di inizio Ottocento (Fornari) e gli oboi d’amore, le bombarde e il ranchett (o racket), un corno inglese

In questa teca abbiamo tutti gli strumenti citati, dalle due bombarde (sinistra in alto) ai successivi due oboi d’amore e al ranckett; in basso il primo a sinistra è un corno inglese a cui seguono tre oboi. Le bombarde sono strumenti rinascimentali ad ancia doppia della famiglia degli oboi; quelle del Museo sono copie moderne una soprano e l’altra contralto. Museo del Conservatorio di musica di Venezia

e in altra teca gli chalumeaux e i clarinetti:

Gli chalumeaux sono oggi usati solo per esecuzioni filologiche; gli esemplari esposti nel Museo (copie moderne) sono nei registri di soprano, contralto, tenore e basso. Come per gli altri strumenti il più piccolo ha il suono più acuto, il più grande il suono più grave. A Venezia erano presenti tra l’altro nelle composizioni di Vivaldi con il termine “salmoè”. Museo del Conservatorio di musica di Venezia

Simbologia massone?

Non si può ignorare che negli ultimi anni il mezzanino in cui il Museo è esposto è oggetto di studi e discussioni sul significato e la simbologia delle sue decorazioni perché sembra essere stato un centro privilegiato di ritrovo dei massoni che nei Pisani avevano degli augusti rappresentanti; così il sole, i quattro elementi, i segni zodiacali, le stagioni, e all’entrata, la squadra ed il compasso, tutto potrebbe portare in quella direzione:

Simboli massonici a Palazzo Pisani, Venezia

Forse non a caso gli stessi soggetti sono reperibili ripetutamente ed insistentemente in altre parti del Palazzo, anch’esse oggetto di studio da questo punto di vista.

Conclusione  fiduciosa

Attendiamo ora con pazienza e speriamo ardentemente in un’apertura regolamentata del nostro Museo del Conservatorio, apprezzabile e godibile non solo da musicisti e persone competenti nel settore ma anche da fruitori profani, sia pur semplicemente curiosi e interessati, come me.

Loredana Giacomini
BestVeniceGuides
loredanagiacomini@gmail.com

Ringrazio per alcune chiarificazioni e la disponibilità il Direttore del Conservatorio Maestro Marco Nicolè.

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