Mag
2023
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Luisella Romeo
Articolo di Luisella Romeo

Le prigioni di Palazzo Ducale a Venezia: architetti, progetti ed evasioni

 

Le prigioni di Palazzo Ducale sono tra le attrazioni che più affascinano durante la visita di questo importante museo veneziano. Diversamente da quanto si pensa, il Palazzo Ducale non fu solo la residenza del Doge di Venezia, ma ospitò anche il centro amministrativo e giudiziario di uno Stato, oramai estinto, fino al 1797. Di fatto, i veneziani si riferivano all’edificio con il semplice appellativo di “palazzo”, senza neppure nominare il Doge.

È noto che delle prigioni a palazzo fossero presenti fin dall’inizio della sua esistenza. Collegate alle sale dei tribunali e agli uffici delle magistrature giudiziarie, le prigioni che oggi noi vediamo durante la visita sono celle del XVI e del XVII secolo, alcune utilizzate fino a cent’anni fa.

La facciata delle Prigioni Nuove lungo la Riva degli Schiavoni a Venezia, XVII secolo
Testa di leone, dettaglio della facciata delle Prigioni Nuove lungo la Riva degli Schiavoni a Venezia, XVII secolo

I “pozzi” e i “piombi” del Palazzo Ducale di Venezia e le Nuove Prigioni: dove sono

Alcune celle sono poste nel corpo principale del palazzo, quello che dà sul rio della Canonica o rio di Palazzo. Queste celle vennero distinte tra i “pozzi” a pianterreno e mezzanino e i “piombi” perché posti sotto il tetto di piombo. Altre celle, le cosiddette “nuove prigioni”, furono costruite al di là del rio e sono raggiungibili tramite il ponte dei Sospiri e, in passato, anche dalla Riva degli Schiavoni.

Dal Duecento in poi… la storia delle prigioni di Palazzo Ducale in pochi passi

Documenti del tardo Duecento nominano le celle, e i loro nomi. C’era quella delle Donne, quell’altra chiamata Vulcano, l’altra chiamata Schiava, poi Galeota, Fresca Zoia e tante altre. Affollate, malsane, buie se non fosse che per qualche lampada ad olio: la punizione era intesa come una vendetta contro coloro che erano accusati di un crimine.

Un esempio dei chiavistelli usati nelle Prigioni Nuove di Palazzo Ducale a Venezia, XVII secolo

I pozzi

Malattie e morti erano frequenti e intorno al 1540 il tribunale del Consiglio dei Dieci prese dunque la decisione di progettare nuove prigioni, i cosiddetti “pozzi”. A dir la verità, la crudeltà non venne a mancare in queste celle. Lo stesso tribunale le definì “…sepolture d’huomini”. Ma rispondevano a un qualche criterio di efficienza. I guardiani percorrevano infatti dei corridoi lungo il perimetro di queste celle rendendo la fuga molto improbabile.

Il corridoio perimetrale per i guardiani delle Prigioni Nuove di Palazzo Ducale a Venezia, XVII secolo
La “cella oscura” delle Prigioni Nuove di Palazzo Ducale a Venezia, XVII secolo

I piombi

All’ultimo piano, sotto il tetto piombato, i “piombi” erano locali più confortevoli. Fredde d’inverno, certo, caldissime d’estate, queste celle godevano almeno della luce del giorno e di scarsa umidità se confrontate con i “pozzi”. I “piombi” infatti erano riservati a personaggi di rilievo o a chi aveva commesso crimini minori.

Le Nuove Prigioni di Palazzo Ducale a Venezia

Alla fine del Cinquecento un nuovo carcere fu eretto al di là del rio di palazzo. Una costruzione ammirevole. Una facciata elegante in pietra d’Istria, elementi decorativi distribuiti con una certa sobrietà, ma espressivi (le teste di leone sono bellissime) e inferriate in metallo molto spesse e pesanti.

Inferriata di una finestra di una cella nelle Prigioni Nuove di Palazzo Ducale a Venezia

La nuova costruzione rispondeva a criteri nuovi: condizioni di vita umane, ossia luce, spazio e aria. Una corte centrale permetteva luce naturale. Una cappella per servizi religiosi, inclusi matrimoni e battesimi o spazio di preghiera per i condannati a morte prima della sentenza. Particolare interessante: si trattava solo un carcere, nient’altro, isolato e sicuro.

Letti, tavolato e pareti in legno delle Prigioni Nuove del Palazzo Ducale di Venezia

Le evasioni dalle prigioni di Palazzo Ducale

I “piombi” divennero celebri per la fuga di Giacomo Casanova nel 1756. Nelle sue memorie, Casanova dedica un famoso capitolo riguardante la sua avventura. Scritta in francese, la Histoire de ma fuite des prisons de la République de Venise qu’on appelle les Plombs ben descrive quanto accadde durante la prigionia e la fuga nella notte del 31 ottobre 1756. Dal ritratto del guardiano Lorenzo Basadonna alle condizioni psicologiche di un prigioniero, fino ai tentativi rocamboleschi di fuga, sempre mescolando nella narrazione verità ed invenzione.

Pianificare la fuga per Casanova significava corrompere il guardiano, coinvolgere altri prigionieri, nascondere gli strumenti per scavare un buco sul pavimento o perforare il soffitto, entrare nelle sale di tribunali o vecchi archivi, infilarsi di corsa giù per la Scala d’Oro, scardinare porte, prendere una gondola… per scrivere infine: “I Signori Inquisitori di Stato debbono fare quanto è in loro potere per tenere in carcere il colpevole; il colpevole deve dal canto suo, fare quanto è in suo potere per procacciarsi la libertà.”

Non vorrei sembrare scortese con il nostro Casanova che tanto si vantò della sua fuga, ma dobbiamo ammettere che gli “scampi” erano abbastanza frequenti. Si poteva fuggire da soli o in gruppo, si poteva decidere di organizzarsi all’interno del carcere o con aiuti esterni, rompere muri, buttar giù cancelli, innescare un incendio, scavare nel pavimento, spaccare il soffitto, confidare in una barca o nuotare, assalire le guardie e rubarne le chiavi, corromperle cosicché al momento giusto fossero disattente o alle prese con il sonno. Insomma, anche le autorità davano per scontata l’evasione.

Graffito in cui si menzionano due prigionieri che riuscirono a scappare dalle Prigioni Nuove di Palazzo Ducale

Gli architetti delle prigioni di Palazzo Ducale a Venezia

Mentre le antiche prigioni, i pozzi e i piombi, furono probabilmente costruite da muratori sotto la guida del Consiglio dei Dieci e degli Inquisitori di Stato, per le nuove prigioni si parla di Antonio da Ponte. Nel 1591 Antonio da Ponte ricevette questo incarico. Da Ponte aveva già dimostrato grande abilità quando si era trattato di ricostruire le due ali di Palazzo Ducale distrutte nell’incendio del 1577, le ali del Maggior Consiglio e della Sala dello Scrutinio. Poi nel 1588-1591 aveva anche costruito il ponte di Rialto. Insomma, uno bravo.

L’arcata delle Prigioni Nuove in continuità con l’arcata di Palazzo Ducale a Venezia

Ma il progetto di Antonio da Ponte non fu l’unico ad essere considerato dal Consiglio dei Dieci. Un altro progetto fu ritenuto molto valido tant’è che il Consiglio dei Dieci decise che andavano tenute a mente le idee vincenti di entrambi i progetti. Ma chi era quest’altro architetto? Il suo nome era Zaccaria Briani e no, non era un architetto, ma un carcerato. Accusato di omicidio, Briani aveva già passato ben ventidue anni nelle prigioni di Palazzo Ducale.

Graffiti dei carcerati delle Prigioni Nuove di Palazzo Ducale a Venezia, XVIII secolo
Graffiti dei carcerati delle Prigioni Nuove di Palazzo Ducale a Venezia, XVIII secolo

“Bellezza, comodità e sicurtà” furono i criteri che assicurarono a questi progetti la commissione. In cambio della consulenza, a Briani vennero concessi tre anni in libertà con l’unico obbligo di rimanere a disposizione per “valersi della sua persona e ricordi sui, in opera così importante e necessaria”.

E’ proprio il caso di dire che costruire una prigione bella, confortevole e sicura ti può regalare la libertà.

Luisella Romeo
BestVeniceGuides
www.seevenice.it
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