Il bestiario di Vittore Carpaccio nella Scuola di San Giorgio degli Schiavoni
Draghi, cavalli, leoni, pappagalli
Nei sei teleri con le storie di San Giorgio e il Drago, San Trifone e il basilisco, San Gerolamo e il leone e Sant’Agostino nello studio, che si trovano al pianterreno della Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, il Carpaccio dà grande risalto a animali reali o fantastici, che sono collegati con la simbologia cristiana dei vizi e delle virtù, della lotta infinita tra il bene e il lato scuro della forza, della dicotomia tra il barbaro infedele e il civile cristiano, il cosiddetto miles cristiano. In tutti questi dipinti ci troviamo immersi in un mondo fantastico che ci parla di santi eroi, intenti nella loro battaglia contro il male e ci fanno vivere un’esperienza tra storia e sogni a contatto con il mondo naturale che afferma questa eterna battaglia.
Le Scuole a Venezia erano confraternite, “scuole di mestiere”, ossia corporazioni di arti e mestieri, e le scuole di Nazione, ove si riunivano persone provenienti da uno stesso paese. Esse ricoprivano un ruolo importante per il tessuto sociale e lavorativo di Venezia.
Tra le 200 scuole esistenti a Venezia nel 16° sec., troviamo la Scuola di San Giorgio e Trifone degli Schiavoni, ossia dei Dalmati, fondata il 24 marzo 1451.
La costa dalmata era un importante dominio della Repubblica veneta per l’approvvigionamento dei materiali di costruzione, come punto di sosta per i viaggi verso l’Oriente e come avamposto per il contrasto all’espansione turca.
Molti dalmati risiedevano a Venezia: erano marinai, operai, artigiani, uomini di cultura, e i soldati dalmati erano i “Fedelissimi di San Marco” o gli “Oltremarini” perché provenienti da al di là del mare.
L’edificio della Scuola di San Giorgio degli Schiavoni fu costruito nel 1431 e conserva ancora i dipinti di Vittore Carpaccio, pittore veneziano della fine del XV-inizi XVI secolo, raffiguranti alcuni episodi della vita dei santi protettori della Confraternita, Giorgio, Girolamo e Trifone.
La Mariegola della scuola, lo statuto della confraternita, approvata il 19 maggio 1451 dal Consiglio dei X, tra le varie cose, stabiliva l’impegno della comunità dalmata di Venezia nelle guerre turche.
Nel 1502 Paolo Vallaresso, provveditore a Corone, donò alla Scuola le reliquie di San Giorgio e fu anche il committente dei due teleri originari di San Giorgio, dipinti da Vittore Carpaccio. Tra il 1502 e il 1511 egli dipinse i teleri che si possono ancora ammirare all’interno dell’edificio al pian terreno. Tre rappresentano il ciclo di San Giorgio, uno rappresenta San Trifone e tre raffigurano il ciclo di San Girolamo, uno rappresenta Sant’Agostino nello Studio e due teleri raffigurano due episodi dei Vangeli: l’Orazione nell’Orto degli Ulivi e La chiamata di San Matteo.
Nel 1551 fu completato il rifacimento dell’edificio in stile rinascimentale con la facciata in pietra d’Istria.
In questo periodo storico, e anche per i due secoli successivi, vi furono attacchi continui al mondo cristiano da parte degli Ottomani, cominciando con la presa di Costantinopoli nel 1453 e poi via via Scutari, nel 1526 primo assedio di Vienna, poi gli attacchi turchi in Dalmazia e l’8 ottobre 1571 la famosa battaglia di Lepanto.
Il dipinto Duello di San Giorgio e il drago diventa il palcoscenico sul quale Giorgio, cavaliere con i riccioli biondi e senza elmo, con il suo volto deciso, si mostra con tutta la sua aitanza, su un cavallo bruno con la criniera agitata, per colpire il drago con un colpo di lancia a forma di croce, colpo così vigoroso che il mostro balza all’indietro e la lancia si spezza.
Mentre il cavallo rappresenta un legame tra il mondo umano e divino, tra la terra e il cielo, tra la vita e la morte, grazie alla sua velocità, forza e maestosità e conserva sempre un senso di libertà che esprime attraverso l’affermazione della propria personalità, il drago, in contrapposizione, è un animale soprannaturale che viene nutrito dalla collettività, custode del limite tra regno dei vivi e regno dei morti.

E’ una scena di vittoria e rinascita anche se a prima vista si vede desolazione e morte. Quello stuolo di esseri zoomorfi come lucertole, rospi, serpenti,che si nutrono dei macabri avanzi delle prede divorate dal drago, sono simboli del maligno ma anche di astuzia, e saggezza, rigenerazione, morte e rinascita.
Le storie di San Giorgio che aveva sconfitto il drago, e di Trifone che aveva sconfitto il basilisco, sono anche considerate un’allusione alla lotta contro il mostro turco, ed erano fondamentali per dimostrare l’importanza della comunità dalmata per la Serenissima e per la cristianità. La similitudine era sostenuta dalla viva realtà di fronte alla quale il soldato cristiano si imbatteva in battaglia in quanto i cannoni ottomani sputavano fuoco e i draghi erano dipinti sulle bandiere ottomane.
Nel Battesimo dei Seleniti, nella fastosa scena, viene rappresentata l’ideologia cristiana del matrimonio, con la sconfitta del male da parte del bene: prima la Principessa era pronta alle nozze mortali con il drago e poi invece si consacra a quelle salvifiche grazie al battesimo e quindi con Cristo. Questo diventa simbolo di un viaggio di salvezza, guidando la persona verso una nuova consapevolezza, e i dettagli zoomorfi lo esplicitano.

Ecco che nella parte inferiore del dipinto vi sono due animali rappresentati in primo piano: un pappagallo rosso il cui verso, nell’immaginario collettivo medievale, suonava come un ave, il saluto che l’arcangelo Gabriele rivolge a Maria al momento dell’Annunciazione. Per questo è un emblema di innocenza, fedeltà e purezza, ed è uno dei suoi simboli. A fianco sulla sinistra si trova un turbante bianco e rosso che era quello indossato da Maometto. Poi è rappresentato un levriero che simboleggia oltre alla caccia, un animo pronto, vivace e costante nel seguire un’impresa. Sulla destra, in ginocchio vi è un servo che regge il copricapo con tre corni, utilizzato dal Qasaw al-Gawri, sultano mammelucco dal 1501 al 1516. Questi due simboli del potere ottomano, posti nella parte inferiore del dipinto, e proprio davanti ai Seleniti in atto di battezzarsi erano un invito, agli infedeli, alla conversione. Questo messaggio viene poi ripreso nel ciclo di San Gerolamo.
Nel dipinto di San Trifone viene rappresentato il basilisco, questo essere velenoso e tossico, che secondo la mitologia greca, nacque dal sangue della testa di Gorgone tagliata da Perseo. Nel Medioevo divenne un ibrido tra serpente e gallo e aveva il potere di pietrificare chi lo guardava.

Nel ciclo di San Girolamo il leone è l’animale-star assoluto. Nell’antichità era considerato emblema di forza e fierezza. Appare anche nell’iconografia sacra e in quella profana con vari significati. I bestiari medievali rappresentano alcune simbologie che lo collegano a Gesù. Quando cammina vagando, il leone cancella le sue tracce, così come ha fatto Gesù, che inviato dal Padre ha tenuto celate le “impronte” della sua divinità. A volte viene anche sottolineata la sua natura maligna in quanto, il leone ruggente va in giro cercando cosa divorare.
Nel dipinto San Gerolamo e il leone nel monastero, oltre al leone, vi sono in secondo piano altri due animali: il cervo, animale mansueto, nemico dei serpenti, ne cerca le tane e con il soffio delle narici li fa uscire.
Nei bestiari medievali si dice che, per stanare i serpenti, si riempie la bocca di acqua, la versa nella tana, e con un soffio li trascina fuori e li uccide calpestandoli con le zampe: allo stesso modo si comporta Gesù con il maligno. L’iconografia religiosa riprende tali concetti e nelle immagini del cervo che calpesta il serpente allude al trionfo del bene sul male. Poi vi sono altri due rossi pappagalli, l’antilope, simbolo di timidezza e mansuetudine, un coniglio con la sua timorosa natura, un cervo scattante, un pavone, simbolo di vita eterna, rinascita e della resurrezione della carne, la sciocca e vanitosa faraona e la capra nubiana che può essere un simbolo di prosperità, fertilità e abbondanza, ma nella mitologia greca è anche simbolo di lussuria.

Nel dipinto I funerali di San Girolamo il leone ora è in lontananza e emette un lamento di dolore alla perdita del suo amico Girolamo. In secondo piano invece vi è la mangusta che è simbolo di massima protezione verso tutti i tesori interni ed esterni, e un asino che, a volte ha un’accezione positiva, ed è simbolo di umiltà, semplicità e mitezza.
Intrigante è la presenza di una lucertola in primissimo piano sul cartellino. La lucertola è simbolo della tentazione demoniaca o anche metafora della rigenerazione nella luce di Cristo, poiché la lucertola perde la vista in vecchiaia e la riacquista volgendosi al sole d’oriente, e sembra che Girolamo se la fosse portata appresso come monito, dall’eremo al monastero, a invecchiare e rinascere con lui.

E’ interessante notare che nel 1502, nei Funerali di San Girolamo Carpaccio utilizza per la prima volta a Venezia nel cartellino questo verbo VICTOR CARPATIUS FINGEBAT MDII.
Il termine “fantasia” è un termine centrale negli scritti di Filarete, che, nel suo trattato, definisce “fantasia” come “un processo immaginativo che è complemento ed estensione del pensiero razionale”. Filarete era un grande ammiratore dell’architettura bizantina a Venezia. Leonardo fu il primo teorico, dopo Filarete, a occuparsi di fantasia e il suo concetto di “fantasia” è spesso associato negli scritti degli anni 1490-1500 al verbo “fingere” e alla produzione di “fintioni”.
Fu probabilmente Leonardo a chiamare per primo il pittore “fintore”, in origine lo era solo lo scultore. Degno di nota è il fatto che nel 1500 Leonardo da Vinci venne a Venezia.
Con questa dicitura Carpaccio, quindi, voleva evidenziare che il compito dell’artista era quello di rappresentare la realtà, ma anche di inventare. Carpaccio dimostra una crescente consapevolezza, della funzione dell’artista come cronista ma soprattutto di creatore.
Nel Sant’Agostino nello studio si vede un piccolo cane, un simpatico esemplare di proto-terrier. Grazie agli interventi di ripulitura e di restauro sovvenzionati da Save Venice è venuta alla luce la presenza, in origine, dietro la figura del cane, di un ermellino, piccolo animale dal candido manto che è simbolo di purezza e castità. Si dice che l’ermellino preferisca morire piuttosto che macchiarsi il suo candido manto.
La restauratrice Valentina Piovan, grazie alle sue tecniche di restauro, ha lasciato intravedere l’ombra dell’ermellino.

In apparenza questo dipinto è un po’ un outsider rispetto ai tre cicli dei tre santi protettori della scuola. La supposizione più attendibile è quella che questo in effetti sia un ritratto. Vi sono varie ipotesi su chi possa rappresentare, forse il Vescovo Leonino o ancor meglio il Bessarione in abiti vescovili, commemorandolo a trent’anni dalla sua morte, in quanto nel 1464 concedette alla Scuola un’importante indulgenza. Vi sono naturalmente vari elementi che ne affermano la veridicità di tale ipotesi: nel quadro viene rappresentato l’astrolabio Regiomontano, strumento essenziale per uno studioso di astronomia, come il Bessarione, inoltre si vede il sottile binocolo appoggiato sullascrivania del santo, e sulle scansie lignee sono appoggiati i libri e i codici. Inoltre, sempre grazie al restauro nelle due tele del ciclo di San Girolamo, si è evidenziata la custodia porta-occhiali con lo stemma del Bessarione.

Ecco che il Carpaccio con i suoi teleri ci porta a percorrere un viaggio percettivo ed emozionale attraverso la realizzazione della sua visione con un tributo alla storia e i suoi percorsi nascosti, e i suoi dipinti diventano luogo dove storia, fantasia, fede possono connettersi in un unicum di straordinario incanto e magnificenza.
Rosanna Vianello
BestVeniceGuides
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